venerdì 16 novembre 2012

Capitolo 6 - Investire da se o pagare qualcuno? E pagare chi? La costanza paga?


Investire per la vecchiaia è un processo lungo, talmente lungo che ci si invecchia a farlo, e bisogna ragionare di conseguenza.

Chiedersi quindi se è il caso di destinare qualche soldo all’acquisto di un consiglio è una domanda cruciale quando si parla di investimenti con orizzonti temporali che possono superare i 40 anni. Ma la domanda in realtà va posta solo alla fine di un percorso quasi di autoanalisi.
Il punto da cui si dovrebbe infatti partire è che un investimento di lunga durata non può seguire gli istinti momentanei e le novità dell’ultima ora ma deve essere costruito lungo un percorso di dedizione e di affidamento perché è questa l’unica strada premiante. L’investitore accorto dovrebbe infatti cercare innanzitutto di comprendere che l’errore peggiore che si può fare nel campo degli investimenti di lunga durata è quello dell’iper attivismo, del cambio frequente di strategia, della ossessione del controllo quotidiano dei risultati e della sostituzione di tutti i prodotti o titoli appena si vede comparire un segno meno. Se si decide di dedicare una parte dei propri risparmi ad investimenti in mercati azionari, magari in valute strane e straniere, si deve essere preparati a leggere qualche segno meno sul proprio rendiconto, segno meno all’occasione anche consistente.
Il risparmiatore dovrà quindi comprendere se e quanto se la senta di aderire ad un progetto che coinvolge molti anni della propria vita lavorativa, ancor prima di cominciare a cercare qualcuno che gli possa fornire, o vendere, dei consigli, il risparmiatore dovrà cioè cercare di comprendere se sarà in grado, ed in che misura, di ascoltare quei suggerimenti e seguire quelle indicazioni.
Non ha infatti senso ricevere i migliori consigli possibili ed immaginabili sulla gestione dei propri risparmi in vista del pensionamento se poi ci si ‘annoia’ di seguirli e ci si lancia ad inseguire investimenti nuovi e ‘alla moda’.
E’ quindi in se stesso che il risparmiatore dovrà cercare la prima risposta, ce la farà ad ascoltare, è pronto a seguire dei consigli? Solo una volta risolto questo interrogativo potrà procedere ad una vera e propria selezione della persona, della associazione o della istituzione cui rivolgersi.
Nella fase di selezione del contraente emerge un ulteriore problema, quello di analizzare se noi, in quanto risparmiatori, abbiamo la capacità di comprendere se ci si sia rivolti alla persona giusta per essere aiutati a costruire e costruirsi una pensione integrativa.
Capire se si è in grado di effettuare una simile valutazione è importante non tanto per riconoscere la persona giusta quanto, ed è certamente più importante, per riconoscere la persona sbagliata.
Ed il primo quesito che il risparmiatore deve porsi, una volta superate le banali ovvietà della adeguata preparazione e formazione tecnica, è relativo alle fonti di reddito della persona o della organizzazione (Banca, assicurazione) che ti propone un piano di investimenti.
La domanda che emerge pur semplice, viene spesso trascurata.
Chi paga chi ed in che modo?
Ponete questa domanda a chi vi propone un investimento, in forma diretta o in forma brutale, ma fatelo.
“So perfettamente che il suo lavoro come mio consulente va giustamente retribuito ma esattamente come funziona, Lei prende una percentuale su ogni vendita, un premio al raggiungimento di determinati budget?
“Senta ma a Lei in che forma la pago?”

Se la risposta è negativa, con ampie arrampicate sullo specchio della privacy, o puntualizzazioni sul fatto che non sono cose che riguardano il cliente, o anche solo vaga con un po’ di fumo negli occhi e il chiaro tentativo di non farvi capire nulla, se insomma la persona a cui dovreste mettere in mano, figurativamente, i vostri risparmi per 20 o 30 anni è reticente sulle proprie fonti di reddito, se non vuole spiegarvi se è pagato al mese o in base alla quantità di determinati strumenti finanziari riesca a piazzarvi in portafogli, secondo me la cosa migliore che potete fare a questo punto, e sottolineo come si tratti di un mio parere personale, è salutare educatamente e lasciare l’ufficio di corsa senza lasciare un soldo alle vostre spalle da gestire.
E la fuga è legittima e sacrosanta in quanto è naturale, è giusto pagare qualcuno che ti offre un servizio ed è altrettanto naturale sapere come e quanto pago chi mi offre un servizio.
Sei un dipendente di banca e quindi ti trinceri dietro la tua privacy ed il fatto che sei già stipendiato, va bene ma quali sono i tuoi benefit aggiuntivi? cosa guadagni se vendi questo prodotto o quell’altro? Purtroppo fin troppo spesso i venditori cercheranno di massimizzare la propria utilità, vendendo prodotti che fanno alzare i propri redditi, invece di prodotti realmente ottimali per l’investitore che hanno davanti.
In sintesi, se decidete di pagare qualcuno cercate di fare anche per i vostri investimenti una cosa che fate normalmente per ogni altro acquisto che effettuate, chiedete lumi sul prezzo che dovrete pagare e sulle modalità di pagamento di quel prezzo. A nessuno passerebbe per la mente di uscire da una concessionaria d’auto avendo acquistato una berlina senza sapere tutto sul prezzo complessivo, sul numero di rate da pagare, sull’entità di ogni rata e sulla presenza di una maxi rata finale, ed una vettura, se va bene, dopo dieci anni non ti ricordi neanche più di averla posseduta, perché per un acquisto così importante come la propria pensione è così difficile chiedere informazioni altrettanto precise?

giovedì 12 luglio 2012

Sul buco Inps Inpdap la Fornero crea ancora scompiglio. E se fosse un genio?

Devo ammettere che il Ministro Fornero stavolta ha giocato al meglio le sue carte.
Dopo la notizia lanciata dal Comitato di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps in merito al super buco dell’Inpdap, circa 6 miliardi quest’anno e 7 per ciascuno dei prossimi due anni, il Ministro con la lacrima ha visto realizzarsi un sogno.
I lavoratori privati se la prendono con i pubblici, i neo pensionati da 1.000 euro al mese danno addosso a quelli da 1.400 e nessuno si prende più la briga di comprendere quali sono le ragioni del buco, le radici fertili in cui affonda il disequilibrio.
L’Inpdap, Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti dell’Amministrazione Pubblica, era nato con il decreto legislativo numero  479 del 30 giugno 1994 ma non ha avuto da subito le competenze pensionistiche generali che aveva fino al dicembre 2011 quando è confluita in Inps con il decreto ironicamente definito Salva Italia.
Prima della assegnazione all’Inpdap delle competenze pensionistiche lo Stato incassava i contributi dai propri dipendenti e versava le pensioni ai propri ex dipendenti. Nel momento in cui le venne assegnata la competenza pensionistica all’Inpdap non venne però girato null’altro che la contribuzione da allora in poi, senza la costituzione di riserve matematiche per le quote di pensione già maturate e che lo stato non aveva accantonato da nessuna parte.
In sintesi all’Inpdap venne girata la posizione assicurativa di ciascun assicurato ma senza i relativi fondi, il dipendente pubblico che aveva maturato, poniamo ad esempio, 30 anni di servizio veniva girato all’Inpdap ‘nudo’, senza un soldo dei versamenti contributivi suoi e, soprattutto, senza un soldo della quota di contributi pensionistici a carico del proprio datore di lavoro, Stato o altro Ente pubblico.
Il ragionamento che venne fatto all’epoca fu suppergiù quello di non creare un esborso stratosferico per le casse dello Stato in una unica soluzione ma di coprire, anno per anno, il disavanzo che si sarebbe eventualmente venuto a creare dopo aver versato la quota di contribuzione a carico del datore di lavoro.
L’Inpdap incassava i contributi dei lavoratori, incassava i contributi dai datori di lavoro e la differenza la metteva lo Stato.
E’ questo il peccato originario da cui discende una grossa fetta dei mali di questo Ente, cui va certamente sommata quella differenziazione nelle modalità di accesso a pensione, rispetto al settore privato, che ha portato tanti arzilli vecchietti di 40 o 45 anni ad accedere a pensione.
C’è però da dire che il mondo del Pubblico Impiego negli ultimi anni è però cambiato profondamente, a cominciare dalla riduzione del numero stesso degli addetti, che è passato ad esempio dai 3,382 milioni del 2001 ai 3,253 del 2010, facendo segnare un meno 129mila unità, un segno meno pari a quasi il 4 per cento delle unità.
Il trend discendente è poi continuato anche nel corso del 2011 con un dato al 31 dicembre 2011 che vede “appena” 3.250.000 contribuenti iscritti alla gestione Inpdap a fronte di una enormità di assegni erogati, circa 2.785.000.
Va poi sottolineato come il fenomeno delle esternalizzazioni e della precarizzazione del rapporto di lavoro presso le Pubbliche amministrazioni ha avuto un perverso effetto nei confronti dell’Inpdap, quando infatti un Ente o un Ministero pensiona del personale lo manda a carico dell’Inpdap, se poi sostituisce il personale pensionato con lavoratori precari o esternalizza il servizio con un appalto assume personale che è non è contribuente Inpdap ma che versa i propri contributi, e quelli di competenza del datore di lavoro, all’Inps; aggravando di fatto gli squilibri dell’Inpdap.
Oltre a questo va ricordato che oggi le regole di pensionamento sono omogenee per tutti i lavoratori e sarebbe quindi saggio ricordarsi che è l’Esecutivo che potrebbe violare l’impegno preso anni fa di coprire il disavanzo dell’Inpdap, impegno preso per sottrarsi alla creazione ‘istantanea’ delle riserve matematiche, ed è quindi all’Esecutivo che andrebbe richiesto il versamento di alcune decine di miliardi di euro per la costituzione di adeguate riserve matematiche presso la gestione ex Inpdap.
Un incubo per un Governo in bolletta che si trasforma in sogno vedendo la facilità con cui ancora si riesce a spaccare il mondo del lavoro, con i lavoratori troppo concentrati a darsi addosso tra di loro per ricordarsi di lottare insieme per stare meglio.
Tutti e insieme.

martedì 17 aprile 2012

Fallimento Grecia. I risparmiatori traditi non gettano la spugna

Un gruppo di quei risparmiatori italiani che hanno subito nelle loro tasche, ed in qualche caso nella loro vita, la durissima ristrutturazione del debito che ha fatto seguito al fallimento greco ha deciso di non gettare la spugna e, dopo essersi costituiti in comitato, ha deciso quindi di adire le vie legale per cercare di difendersi dagli effetti dello strambo fallimento ‘a geometria variabile’ della Repubblica ellenica.

giovedì 12 aprile 2012

La BCE lancia ancora l’allarme crescita, rigore ed occupazione. Ma intanto finanzia l’acquisto di Bugatti e Lamborghini

Nel suo bollettino mensile la Banca Centrale Europea ha evidenziato come nell'area euro "le condizioni nel mercato del lavoro continuano a deteriorarsi". A preoccupare gli uomini di Francoforte è il dato relativo al  IV trimestre 2011, periodo in cui la quota occupata della popolazione di eurolandia è  diminuita di un ulteriore 0,2% sul periodo precedente, dopo un calo di pari misura registrato nel terzo trimestre (che e' stato a sua volta rivisto al ribasso di 0,1 punti percentuali).

Asta BTP. Pochi e cari, come si fa a dire che va tutto bene?

Oggi i mercati attendevano con una certa ansia lo svolgersi dell’asta dei BTP a scadenza triennale dopo le difficoltà che aveva sperimentato Madrid nei giorni scorsi.
A fronte di un ammontare massimo previsto pari a 3 miliardi di euro il ministero dell'Economia ha collocato titoli triennali (con scadenza marzo 2015) per un importo di 2,884 miliardi,  il viceministro dell'Economia Vittorio Grill  ha commentato così l’esito dell’asta: "Abbiamo fatto la scelta di non prendere tutta la domanda che c'era, perche' non abbiamo questa urgenza di fare funding a tassi che, secondo noi, non sono quelli giusti".

mercoledì 11 aprile 2012

Lo spread in discesa dopo l’asta dei Bot

Si è conclusa in maniera non pienamente soddisfacente l’asta odierna dei Bot.
11 miliardi di euro con scadenze ad un anno ed a tre mesi sono stati assegnati con rendimenti in vistoso rialzo, rendimenti che, è sempre opportuno ricordarlo, costituiscono il costo che devono sostenere le casse dello Stato per prendere soldi in prestito.
In particolare il rendimento lordo del BoT con scadenza annuale, che è stato offerto per un importo pari ad 8 miliardi di euro e ha avuto richieste per poco più di  12 miliardi, e' balzato al 2,84% è cioè più che  raddoppiato rispetto all’esito dell’asta del mese scorso in cui aveva fatto segnare un rendimento del 1,405%.
Ancora piu' accentuato il rialzo del BoT trimestrale che è stato collocato per 3 miliardi di euro a fronte di una domanda pari a circa 5,4 miliardi; per la scadenza breve  il tasso lordo del titolo si è poco meno che triplicato, facendo segnare l'1,249% dallo 0,492% dell'asta di marzo (+0,757 punti).
Il differenziale di rendimento tra Btp decennali e titoli tedeschi con pari scadenza, i  Bund, è in discesa ed al momento fa segnare circa 370 punti base. Il medesimo spread tra titoli decennali spagnoli, i Bonos, e omologhi tedeschi segna circa 405 punti base.

martedì 10 aprile 2012

Spagna e Grecia. Stesso male, stessa cura, stessa fine?

Non ha tirato il fiato un attimo lo spread, arrivando a far segnare nuovi livelli d’allarme.
A far preoccupare oggi è soprattutto la Spagna che ha rivisto il differenziale di rendimento tra i propri titoli e quelli di nazionalità tedesca arrivare a far segnare livelli prossimi ai 430 punti con rendimenti annui che sfiorano il 6 per cento. Il titolo italiano a pari scadenza mostra uno spread che sfiora i 400 punti base con rendimenti intorno al 5,60 per cento.
Ma la ragione principale della preoccupazione risiede nella tendenza spagnola ad accettare la teoria della Commissione europea del rigore ad ogni costo.